Da Watamu a Malindi, Robinson Island e Marafa: la nostra escursione

Questa volta con Bancomat siamo partiti alle otto

Alle otto del mattino avevamo appuntamento con Bancomat fuori dal cancello del Bravo Watamu Beach.

Questa volta niente moto: è arrivato direttamente in macchina insieme all’autista che ci avrebbe accompagnati per tutta la giornata.

Il programma era piuttosto ambizioso: mercato del legno, Malindi, Robinson Island e, per concludere, Marafa al tramonto.

Una di quelle giornate in cui parti la mattina senza renderti ancora conto di quante cose vedrai prima di tornare.

Al mercato del legno, dove gli oggetti nascono davanti a te

La prima fermata è stata al mercato del legno.

E la cosa che mi è piaciuta maggiormente non è stata tanto vedere i souvenir finiti quanto vedere gli artigiani mentre li realizzavano.

Animali, piccoli oggetti, decorazioni: qui il “fatto a mano” non era una frase scritta su un cartellino. C’erano persone sedute davanti a noi che intagliavano e lavoravano il legno.

È stato interessante anche per questo: dopo aver visto tanti souvenir durante il viaggio, qui potevamo finalmente osservare da vicino come venivano prodotti.

Prima del mare, Malindi ci accoglie con i suoi murales

Proseguendo verso Malindi, prima ancora di arrivare alla spiaggia, lungo la strada abbiamo incontrato una serie di murales che hanno immediatamente attirato la nostra attenzione.

Li abbiamo fotografati direttamente dalla macchina: colori, volti e scritte che rendevano completamente diverso quel tratto di strada.

Abbiamo attraversato Malindi in auto, passando anche attraverso la zona del mercato, prima di raggiungere quella che ci era stata presentata come la spiaggia dalla sabbia dorata.

Una fermata al supermercato che, per me, non è mai solo una fermata

Prima di proseguire Bancomat ci ha chiesto cosa avremmo voluto bere durante l’aperitivo che aveva previsto per Marafa.

Ci siamo quindi fermati in un supermercato di Malindi per acquistare tutto il necessario.

E per me è stata quasi un’altra piccola escursione.

Ho sempre amato entrare nei supermercati quando viaggio: mi piace vedere cosa compra davvero la gente del posto, quali prodotti riempiono gli scaffali, quali marche conosco e quali non ho mai visto. Sono piccoli dettagli quotidiani che raccontano un Paese in maniera completamente diversa da un’attrazione turistica.

All’uscita ci aspettava un cocco

Fuori dal supermercato c’era un piccolo carretto e Bancomat ha deciso di offrirci un cocco da bere.

Non soltanto ce lo ha fatto provare, ma ci ha anche spiegato come mangiarlo una volta terminata l’acqua.

La polpa era molto più morbida rispetto al cocco duro a cui siamo normalmente abituati. La parte superiore appena tagliata veniva utilizzata come una sorta di cucchiaio naturale per raccogliere la polpa rimasta all’interno.

Un’altra di quelle piccole esperienze non previste che, alla fine, finiscono nelle fotografie del viaggio.

Tra saline e fenicotteri, verso Robinson Island

Ripartiamo in direzione di Robinson Island e lungo il tragitto attraversiamo anche la zona delle saline.

È qui che abbiamo visto diversi fenicotteri rosa. Non ho fotografie di quel momento, ma è una di quelle immagini che ricordo bene anche senza aver tirato fuori il telefono.

Raggiungiamo il punto in cui dobbiamo lasciare la macchina e continuare verso l’isola.

Prima di partire assistiamo anche a una dimostrazione di come i ragazzi del posto salgono sulle palme per raccogliere i cocchi.

E naturalmente arriva un altro cocco.

Questa volta, però, non era compreso nella generosità di Bancomat.

Alta marea all’andata, bassa marea al ritorno

È qui che scopriamo che anche raggiungere Robinson Island dipende dalla marea.

Quando siamo arrivati l’acqua era alta e quindi non era possibile raggiungere l’isola a piedi. Siamo saliti su un piccolo barchino per attraversare.

Alla guida avevamo il nostro personale Caronte, decisamente più allegro di quello dantesco.

Durante la traversata cantava insieme a noi e, inevitabilmente, a un certo punto è partita anche:

“Finché la barca va…”

Il panorama era bello. Il pranzo non era da meno.

Una volta arrivati abbiamo avuto un po’ di tempo per guardarci intorno, ma ben presto è arrivato anche il momento del pranzo.

E diciamo che non siamo rimasti affamati.

Abbiamo iniziato con ostriche accompagnate dal cocco, poi è arrivato il granchio — con tanto di attrezzo in legno per riuscire ad aprirlo — e infine un grande pesce servito con riso e patatine.

Il pranzo era compreso nell’escursione, mentre le bevande, invece, erano a parte.

Dopo pranzo abbiamo fatto una passeggiata sulla spiaggia prima di rimetterci in cammino.

Quando è arrivato il momento di tornare alla macchina, il mare nel frattempo era cambiato.

La marea era scesa.

Il barchino che ci aveva portati sull’isola non serviva più: questa volta siamo tornati a piedi.

Stessa isola, stesso giorno, due modi completamente diversi di raggiungerla.

A Marafa il paesaggio cambia completamente

Dopo mare, spiagge e palme, arrivare a Marafa è quasi straniante.

Davanti a noi non c’era più nulla che ricordasse la costa: gole, pinnacoli e pareti dai colori chiari, rosa, arancio e rosso che diventavano sempre più intensi man mano che il sole cominciava a scendere.

La nostra guida ci ha spiegato che nelle ore più calde la temperatura all’interno della depressione può diventare estremamente elevata, ed è anche da qui che deriva il soprannome Hell’s Kitchen, la “Cucina del Diavolo”.

Noi siamo arrivati nel tardo pomeriggio, scelta decisamente più piacevole e soprattutto perfetta per vedere i colori del canyon cambiare con il tramonto.

La storia raccontata dalla nostra guida

Durante la visita la nostra guida ci ha raccontato anche una delle leggende legate alla nascita di Marafa.

Secondo il racconto, qui viveva una famiglia molto ricca che possedeva numerosi capi di bestiame. In un periodo in cui l’acqua era un bene prezioso, la famiglia avrebbe ostentato la propria ricchezza arrivando a utilizzare il latte per lavarsi.

Un comportamento considerato così arrogante e irrispettoso da provocare una punizione: la terra si sarebbe aperta, inghiottendo la famiglia e dando origine alla grande depressione che oggi vediamo.

Anche i colori delle rocce, secondo la leggenda, conserverebbero il ricordo di ciò che accadde: il bianco rappresenterebbe il latte e il rosso il sangue.

Sul significato del giallo confesso che il mio ricordo è meno preciso: mi sembra che la nostra guida lo avesse associato alla ricchezza della famiglia, forse all’oro, ma preferisco non trasformare un ricordo incerto in una certezza.

Leggenda a parte, la spiegazione geologica è naturalmente diversa: Marafa è una formazione di arenaria modellata nel tempo dall’erosione di acqua e vento, che ha creato gole, pinnacoli e pareti dai diversi colori.

Bancomat aveva pensato anche all’aperitivo

Finita la visita torniamo verso la parte alta.

E qui troviamo un’altra sorpresa.

Le bevande che avevamo scelto quella mattina al supermercato non erano semplicemente finite nel bagagliaio: Bancomat aveva preparato per noi un piccolo tavolo con birre e qualcosa da mangiare.

Ci siamo seduti davanti a Marafa mentre il sole scendeva lentamente sulle gole.

Intorno a noi comparivano anche i babbuini.

Dopo una giornata iniziata tra artigiani e mercato del legno, passata per Malindi, cocchi, saline, fenicotteri, barche, pesce e Robinson Island, eravamo lì con una Tusker in mano a guardare il tramonto sulla Hell’s Kitchen.

Non avrei potuto immaginare un finale migliore.

Bancomat ci ha messo sicuramente del suo

È stata una giornata lunga e pienissima, ma anche una di quelle che ricordo con più piacere del viaggio.

Sicuramente per i luoghi: vedere gli artigiani lavorare il legno, attraversare Malindi, raggiungere Robinson Island con l’alta marea e lasciarla a piedi con la bassa, scoprire Marafa proprio mentre il sole stava tramontando.

Ma una parte del ricordo è legata anche al modo in cui Bancomat ha costruito la giornata.

La fermata al supermercato, il cocco offerto per strada, l’organizzazione del pranzo e infine quell’aperitivo preparato davanti al canyon erano piccole attenzioni che andavano oltre il semplice portarci da una tappa all’altra.

Ed è probabilmente per questo che quella giornata non la ricordo come una successione di escursioni, ma come un unico lungo viaggio dentro facce completamente diverse del Kenya.