Safari in Kenya da Watamu: 2 giorni e 1 notte allo Tsavo East

Il suo primo safari. Il nostro ritorno.

Il mio primo safari l’avevo vissuto insieme a mio marito, anni prima che nostro figlio nascesse.

È uno di quei viaggi che ci era rimasto dentro e, col tempo, avevo cominciato a desiderare una cosa molto precisa: tornarci un giorno tutti e tre e condividere anche con nostro figlio quell’emozione che noi avevamo già vissuto insieme.

Nell’agosto 2026 lui aveva ormai vent’anni e quel momento era finalmente arrivato.

È anche per questo che, quando abbiamo organizzato il viaggio in Kenya, sul safari non volevo rinunciare. Non mi bastava pensare “vedremo quando arriviamo”: volevo sapere che quei due giorni ci sarebbero stati davvero.

E alla fine, grazie a Bancomat, li avevamo organizzati già dall’Italia.

Era il suo primo safari. Per me non era semplicemente il secondo.

La sveglia quella mattina aveva suonato prestissimo.

Alle cinque avevamo appuntamento con Bancomat e io ero pronta da un pezzo, con tutta l’eccitazione di chi aspetta quel momento da anni.

Poi arriva Bancomat.

In moto.

Per qualche secondo il pensiero è stato inevitabile:

“Il safari lo facciamo in moto?”

Fortunatamente no.

Poco dopo è arrivato anche Micol, con la jeep che ci avrebbe accompagnato per i due giorni successivi.

Sei posti nella parte posteriore più un posto accanto al guidatore.

Tre ore di strada prima ancora di entrare nel parco

Prima passiamo dal 7 Islands per prendere una coppia di Firenze, poi ci fermiamo lungo la strada a fare colazione.

Poco dopo raggiungiamo anche una coppia di Nola che avrebbe condiviso con noi il safari.

Loro quella mattina erano piuttosto preoccupati: avevano prenotato con un’altra guida, Prezzemolo, che non si era presentato e non avevano ancora ricevuto conferma per il pernottamento.

Fortunatamente durante il tragitto arriva finalmente la telefonata: era tutto confermato.

Problema risolto. Adesso potevamo pensare allo Tsavo.

Lungo la strada ricordo soprattutto tantissimi bambini, alcuni molto piccoli, che ci salutavano al passaggio della jeep.

Cercavo di rispondere a tutti, ma insieme alla tenerezza provavo anche una forte tristezza davanti a condizioni di vita così diverse dalle nostre.

Sono immagini che rimangono dentro e che non riesco a ridurre semplicemente a “quello che abbiamo visto lungo il tragitto”.

Prima ancora di arrivare al parco, però, il Kenya aveva già iniziato a regalarci incontri inattesi: due elefanti, un gruppo di dromedari e una iena che ci ha attraversato la strada.

Poi Micol accende la radio

Poco prima di arrivare allo Tsavo East, Micol accende la radio della jeep.

Noi non capivamo praticamente nulla: voci, chiamate e risposte in swahili tra una guida e l’altra.

Avremmo capito poco dopo che quella radio sarebbe diventata uno dei protagonisti del safari.

Quando qualcuno avvistava qualcosa di interessante, la notizia correva. E spesso anche Micol.

Una semplice “sosta bagno”. O almeno così pensavamo

Arrivati all’ingresso del parco, Micol ci dice di scendere per una pausa bagno mentre lui sbrigava le pratiche necessarie per entrare.

Andiamo in bagno e, uscendo, qualcuno ci fa cenno di scendere verso il fiume.

Cominciamo a camminare.

Poi lo vedo.

A una ventina di metri da noi, praticamente mimetizzato con il colore della terra, c’era un coccodrillo enorme.

Immobile.

E noi eravamo a piedi.

Un uomo del posto cercava di attirarne l’attenzione dalla parte opposta lanciandogli del cibo.

Naturalmente abbiamo fatto la foto. Non proprio con la massima serenità.

A un certo punto il coccodrillo si alza sulle zampe.

Eravamo una ventina e credo che abbiamo fatto tutti la stessa cosa contemporaneamente: un passo indietro. Compatti.

Il coccodrillo si gira e se ne va.

Non so quanto, a quel punto, la precedente sosta al bagno fosse stata utile a quelle venti persone.

Finalmente dentro lo Tsavo East

Risaliamo sulla jeep e finalmente entriamo nel parco.

Una delle prime cose che noto, avendo già fatto un safari in Sudafrica, è che qui Micol segue percorsi ben definiti. Ci spiega che non può andare fuori pista: quello che vedremo, lo vedremo dalle strade consentite.

Cominciano ad apparire elefanti, giraffe, zebre, antilopi, uno struzzo.

Per noi ogni animale meriterebbe una fermata.

Evidentemente Micol ha altri programmi.

“Micol, c’è una giraffa!” — “Dopo.”

A un certo punto Micol accelera.

Noi continuiamo a vedere animali.

“Micol, una giraffa!”

Continua.

“Guarda, un elefante!”

Niente.

“Un’aquila!”

Alla fine si gira e ci spiega:

“Hanno visto i leoni. Dobbiamo correre se vogliamo vederli. Dopo vi faccio vedere tutto il resto.”

Perfetto.

Corri, Micol. Micol sei storia!

Dopo quella che a velocità normale sarebbe sembrata un’eternità, arriviamo.

Erano ancora lì.

Sei leoni, tra femmine e giovani esemplari che non avevano ancora sviluppato la criniera.

Siamo rimasti a guardarli per almeno quindici minuti.

Micol era soddisfattissimo.

E noi ancora di più.

Missione compiuta, ha mantenuto la promessa e siamo tornati a fermarci con calma davanti a elefanti, bufali, zebre, giraffe e antilopi.

Voi Wildlife Lodge: pranzo con vista… elefante

Per la pausa pranzo arriviamo al Voi Wildlife Lodge, dove avremmo anche trascorso la notte.

Davanti alle aree comuni c’è una grande pozza a cui gli animali possono avvicinarsi per bere.

Quando arriviamo c’è già un ippopotamo.

Poi, mentre stiamo pranzando, passa un elefante a pochissima distanza da noi.

Diciamo che, per qualche minuto, il contenuto del piatto ha perso decisamente importanza.

Pensavamo di fare un sonnellino

Dopo pranzo andiamo in camera per riposarci prima dell’appuntamento con Micol alle 16.

A un certo punto sento urla talmente vicine che sembrano provenire dalla stanza.

Guardo verso la finestra.

Sul balcone c’era una scimmietta.

Era lei a fare tutto quel rumore.

Poi si è accucciata lì fuori e ha continuato tranquillamente a osservarci.

Il nostro riposino aveva trovato compagnia.

Quando Micol ricomincia a correre

Alle quattro siamo di nuovo sulla jeep.

Vediamo diversi animali e incontriamo anche il bufalo.

Poi succede di nuovo.

La radio.

Micol accelera.

Cambia strada.

Torna indietro.

Riparte.

A questo punto avevamo capito la regola: se Micol correva, noi stavamo zitti e lo lasciavamo correre.

Questa volta qualcuno aveva avvistato un ghepardo.

E alla fine lo vediamo.

Solo per pochi secondi: attraversa la strada davanti alla jeep e scompare.

Non è stato l’avvistamento perfetto da documentario.

Ma lo abbiamo visto.

E ci bastava.

Durante il resto del game drive incontriamo anche aquile, babbuini e il bucero che, inevitabilmente, per noi è diventato subito Zazu del Re Leone.

A cena, finalmente, conosciamo un po’ anche Micol

Quando torniamo al lodge ritroviamo l’ippopotamo, questa volta fuori dall’acqua e impegnato a produrre una quantità di versi che non avrei mai associato a un ippopotamo.

Quella sera ceniamo con Micol.

Ed è uno dei momenti che ricordo con più piacere perché smettiamo, per un po’, di parlare soltanto degli animali.

Ci racconta della sua famiglia, dei suoi bambini e dei tanti anni trascorsi lavorando nello Tsavo East.

Ci racconta anche che, nonostante tutta la sua esperienza nel parco, il rinoceronte è uno degli animali che non era mai riuscito a vedere lì.

Dopo una giornata trascorsa a seguirlo sulla jeep, è stato bello conoscere qualcosa anche della persona che ci stava accompagnando.

Un ultimo safari prima di tornare a Watamu

La mattina successiva alle otto siamo di nuovo pronti.

È l’ultimo game drive, quello che lentamente ci porterà anche fuori dallo Tsavo East e poi verso Watamu.

Incontriamo ancora molti animali, anche se questa volta niente nuovi Big Five.

Ma, sinceramente, ci potevamo accontentare.

In meno di due giorni avevamo visto leoni, elefanti, bufali, giraffe, zebre, antilopi, ghepardo, ippopotami, babbuini e molto altro.

E soprattutto avevamo capito che un safari non dovrebbe diventare una lista di animali da spuntare.

Bancomat non era sulla jeep. Ma continuava a esserci.

Quando il gruppo si era completato, Bancomat ci aveva spiegato che non sarebbe potuto venire con noi perché sulla jeep non c’erano più posti.

Pensavo quindi che ci saremmo risentiti al ritorno.

Invece ci ha chiamati più volte durante i due giorni, anche tre o quattro volte, semplicemente per chiedere se tutto stesse andando bene e cosa fossimo riusciti a vedere.

Il safari lo stavamo facendo con Micol, ma non abbiamo mai avuto la sensazione che chi ce lo aveva organizzato fosse sparito dopo la partenza.